Tuol Sleng Museum

Quello che però veramente mi ha colpito nel profondo è il Tuol Sleng Museum, un luogo che concentra l’essenza del male e lo sintetizza in torture atroci, senza scopo, senza senso e senza umanità alcuna.

Si cammina in punta di piedi per rispettare i morti e se ne esce con il cuore gonfio come un cocomero.
Si passa ogni singola foto di ogni singolo morto, cercando di immaginare quale potesse essere la loro storia prima della prigionia, e quale potesse essere mai il futuro che gli è stato strappato.
Vedere le stanze delle torture vuote, e poi vedere le foto degli ultimi cadaveri trovati, vedere come li torturavano, con quali apici di masochismo cercassero di estorcere verità di comodo, impressiona. Fa raggelare il sangue. Ti fa chiedere come sia possibile arrivare a questo punto. E a non imparare ancora.

Vedere che anche i bambini venivano fotografati, catalogati e poi uccisi, fa piangere. Vedere che in quella che prima era una scuola, ora viene montata una forca, sconvolge.
Ancora di più quando capisci che l’animo umano può nascondere lati talmente oscuri da voler smettere di guardarsi allo specchio. Perché la forca non serviva ad impiccare le persone, ma a farle svenire. Per poi farle rinvenire in grossi vasi pieni di acqua, quasi fatti annegare, per poi essere riappesi.
Non è un museo per tutti. Non è un museo per anime morbose. È una testimonianza di quanto sia necessario portare bene a mente le memorie del passato.

Visitare le celle dei prigionieri, provare a sentire il senso di claustrofobia, di smarrimento e disperazione è un momento difficile da dimenticare.
Vedere le montagnole di teschi e provare ad associarle alle foto, è un esercizio di compassione ed una strana forma di rispetto verso queste morti insensate.
Leggere le regole di condotta, vedere l’annientamento della persona in quanto tale, e la metodicità nell’applicazione lascia esterrefatti.

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