Ask The dusk

Viaggiando si conoscono tante persone. Tutte con la propria storia. Tante mi rimarranno impresse per la voglia di vivere, per la gioia con cui ne parlano, per la speranza con cui continuano.
Poi arriva la storia di un ragazzo triste, che ha conosciuto l’apice del successo e poi per colpa di errori di valutazione ha perso tutto: famiglia, soldi, e soprattutto il rispetto per sé stesso.
Arriva la birra e scorre il fiume dei rimpianti, senza soluzione di continuità, una balla triste come i programmi di Alessandro Greco.
Ecco, io non riesco a provare compassione od empatia: non tanto per quello che è stato, ma per quello che lo rende ridicolo ora, che lo fa parlare a sproposito e gli fa perdere il controllo. E che si ritrova poi a piangersi addosso.

Preferisco pensare piuttosto al ragazzo austriaco che ho conosciuto all’ostello e che mi ha raccontato del suo lungo viaggio nel sud est asiatico, pronto ora a partire per il Nepal.
Ecco, qua provo invidia. Chi viaggia spesso, chi viaggia magari spesso solo, raggiunge un grado di consapevolezza di sé difficile da spiegare, ma facilmente intuibile.
Un po’ come quando si prepara lo zaino, si inizia con tanto per arrivare al minimo indispensabile, quello che realmente serve, lasciandosi indietro tutti gli orpelli, non inutili magari, ma di sicuro non indispensabili.
Perché poi tutto il peso, tutto lo spazio che risparmia, lo usa per conoscere ciò che incontra e per conoscersi meglio, accumulare ricordi ed esperienze e poi si lascia plasmare da esse.

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